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Tabù - Gohatto
 

Regista
Nagisa Oshima

Attori
Takeshi Kitano
Ryuhei Matsuda
Shinji Takedal

Durata
100 min

Genere
Drammatico




KRAPP da consumare entro la fine del mondo

KRAPP


Oshima, Sakamoto e Kitano di nuovo insieme diciassette anni dopo Furyo. Questa volta non c’è il duca bianco David Bowie nel cast, né l’altro musicista prestato al cinema, Ryuchi Sakamoto, che si accontenta in questo caso di comporre la colonna sonora.

Il tema del film è simile: l’amore virile in ambiente militare, bottega di uomini che dormono abbracciati alle armi.

Il discorso si sviluppa però con una sfumatura più tradizionale rispetto al film precedente, non solo perché la vicenda si svolge nell’era dello shogunato in un gruppo scelto di Samurai, lo Shinsen Gumi, ma anche perché Kano, l’essere androgino ed efebico (quasi un eunuco) di cui più o meno tutti i compagni si invaghiscono, è il classico «giovinetto»: l’adolescente che il nobile dell’antichità prendevano come amante per «integrare» il legame ufficiale con la moglie.

L’introduzione di un elemento così femminile all’interno della caserma non può che turbare l’animo dei guerrieri. Anche se la storia conferma la diffusione dell'omosessualità tra i Samurai [anche nel famoso film di Kurosawa, I sette samurai, a ben guardare c'è più di un accenno a questa inclinazione della casta guerriera], Kano è qualcosa di più di una semplice «femminuccia».

Kano è un personaggio inquietante: ha la pelle bianca, le labbra a forma di cuore e le ciglia ben curate come una geisha ma ricorda molto anche le classiche donne-fantasma delle leggende giapponesi, tanto fascinose quanto mortifere.
L’unico elemento iconografico che lo fa uomo sono le sopracciglia: se Oshima avesse voluto identificarlo del tutto con questi tipici personaggi femminili, avrebbe scelto di depilarle e dipingerle a mano in una forma estremamente sottile.

Ma Kano rimane un angelo della morte, la cui passività sessuale è solo un inganno: lui stesso fa intendere che – pur essendo un ricco mercante – ha scelto di essere un Samurai solo per avere il diritto di uccidere. Come dice il personaggio interpretato da Takeshi Kitano: «gli uomini si approfittavano di lui per l'aspetto fisico ma lui aveva dentro di se il germe della morte».

Consiglio a tutti i veri appassionati di cinema di andare a vedere questo film: non tanto per il valore assoluto che comunque è elevato ma per rendersi conto del gap tra il cinema attuale e il cinema di venti-trenta anni fa. Non considero l’autore giapponese né il migliore del suo paese (figuriamoci, ci sono almeno Mizoguchi, Ozu e Kurosawa prima di lui) né tantomeno della sua generazione; tuttavia anche in lui potrete sempre ritrovare il desiderio di interrogarsi sul senso ultimo delle cose mentre il cinema contemporaneo tranne rare eccezioni (Malick con La sottile linea rossa ad esempio) sforna opere grandiose e ineccepibili su temi di assoluta irrilevanza.

Ammirate il finale, immerso in brume irreali fortemente mizoguchiane: il senso ultimo è nebuloso come quel giardino fatato dove si consuma l’amore, la morte e il tradimento, riassunti nel simbolo del crisantemo.

         
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