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Strade perdute
 

Regista

David Lynch

Attori
Bill Pullman
Patricia Arquette
Balthazar Getty

Durata
134 min.

Genere
Thriller

Il sassofonista Fred Madison (Bill Pullman) riceve da un postino «invisibile» una videocassetta. Qualcuno è penetrato in casa sua nottetempo e lo ha ripreso nella sua camera da letto: accanto a lui il corpo della moglie Reneé (Patricia Arquette) che egli stesso ha appena assassinato. Lo arrestano. In cella Fred una notte si «trasforma» nel giovane meccanico Pete (Baltazar Getty) che, scarcerato, torna al lavoro in officina e incontra la donna fatale Alice (ancora Patricia Arquette).

Ricordo che questo capolavoro impiegò ben due anni per uscire nelle sale italiane, perdipiù in bassa stagione estiva. E Cecchi Gori a ribadire che il rinvio continuo era una strategia per non penalizzare il film.

Alla prima proiezione in anteprima, a Cannes, il proiezionista invertì secondo e terzo rullo senza che il pubblico in sala se ne accorgesse: come biasimarli? Il film di Lynch è una matassa davvero difficile da srotolare.

I primi quaranta minuti sono di una perfezione formale che non si vedeva da decenni. La villa di Fred Madison è un capolavoro minimalista, tutta buio e corridoi (tra l’altro i mobili sono stati disegnati e realizzati manualmente dallo stesso Lynch con un’attitudine artigianale degna dei tempi di Eraserhead ).

Il ritmo è lento e soffocante, sul pubblico cala una cappa di tensione, interrotta solo da brevi "illuminazioni" di terrore. In sottofondo ronzii e rimbombi a bassa frequenza che «suonano» il silenzio. La sensibilità sonora del regista di Twin Peaks è sempre ad ampio spettro: il tono dei dialoghi, i rumori hanno avuto sempre pari valore rispetto alla musica, che rimane comunque di alto livello con brani del fido Angelo Badalamenti, del genio rock Trent Reznor e del quasi sconosciuto (ai più) Barry Adamson.

Il capolavoro è stato progettato a tavolino, inizia dall’incredibile sceneggiatura scritta a quattro mani con lo scrittore Barry Gifford, già autore dello script di Cuore selvaggio.

La vicenda sembra un «remake metafisico» di Vertigo (La donna che visse due volte) di Alfred Hitchcock. Lo sdoppiamento in questo caso non ha nessuna giustificazione reale, anzi è del tutto psicotica e fantastica. In più riguarda ben due personaggi invece che uno solo.

Altre bizzarre figure si aggirano nella vicenda: su tutti il personaggio denominato senza tanti giri di parole Uomo Mistero, ventriloquo di se stesso e dotato del dono impossibile dell’ubiquità.

La struttura narrativa del film è stata paragonata all'anello di Moebius che si avvolge su sé stesso senza che sia possibile distinguere la parte esterna da quella interna.

Strade Perdute è il classico film dove tutto è «firmato»: le inquadrature, le musiche, le parole. Ogni immagine è un quadro con un proprio stile: si va dal bauhaus asfittico e postmoderno dell’esordio all’iper-realismo della scena in cui muore il personaggio di Andy: in una catapulta tanto inverosimile quanto impressionante l’uomo sfonda il proprio cranio contro un tavolinetto di cristallo, sul mobile si «spande» una macchia immobile di sangue che esibisce la sua natura plasticosa e artificiale. Sono sicuro che negli anni questo film avrà un’influenza sotterranea incredibile come Twin Peaks: già ne vedo i primi segni, perfino in Chimera, ultima opera di Pappi Corsicato, gli echi di Lynch sono persistenti, anche se l’autore napoletano prova a buttarla in commedia.


         
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