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Il sarto di Panama
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Se a questo aggiungiamo che sono uno dei pochi ad aver profondamente odiato quella buffonata kitsch in salsa Rachmaninoff che è Shine (con cui Geoffrey Rush, il sarto del titolo è diventato famoso) il gioco è fatto. All’umorismo britannico i film di 007 aggiungono spesso tanta comicità involontaria, provocata dalle situazioni inverosimili e dall’estrema prevedibilità delle pedine in gioco (solo John Woo con Mission Impossibile 2 ha fatto di peggio in questo senso). Le parodie del genere - com’era naturale che fosse - non sono mai mancate: Una pallottola spuntata ad esempio. Questa volta però c’è una particolarità. L’aspetto curioso del film di John Boorman consiste nella presenza del protagonista dei film parodiati nella parodia. Non è certo una soluzione comune per questo tipo di operazioni. Pierce Brosnam è infatti la faccia da schiaffi che ha dato volto ultimamente allo spericolato sciupafemmine James Bond. Qui i suoi doppi sensi giocano sul whiskey («ti piace sempre duro e puro?») che il nostro si porta dietro anche durante le nuotate oppure sulla cassaforte («avevi ragione era già aperta, era solo arrugginita dal poco uso»). I corpi su cui esercitare le battute da caserma non mancano: in primis Jamie Lee Curtis, qui più scollacciata del solito, con braccia e fianchi un po troppo sostanziosi per essere una vera vamp (si ha sempre l’impressione che possa mollare un cazzotto a chi si permette di importunarla). Emblematica la scena in cui l’escalation della bugia di Osnard è montata in parallelo con un esagitato accoppiamento tra lo stesso agente segreto-non più segreto e una dirigente dell’ambasciata del Regno Unito a Panama. La spia è in punizione: per la debolezza dei sensi ha perso la copertura e la sua foto è stata pubblicata sui giornali (ve lo immaginate una spia con tanto di foto sui quotidiani?). I capi lo spediscono a Panama a controllare che il canale cada nelle mani giuste. Panama è una «Casablanca senza eroi», un posto dove i grattacieli sono «torri della cocaina» e le banche «lavanderie a gettone» per riciclare denaro sporco. Ma sfortunatamente non c’è nulla che vada storto. Eppure Osnard qualcosa deve scovarla visto che la missione può valere il riscatto e l’espiazione: così si inventa tutto ma non in prima persona. Sceglie uno sceneggiatore d’eccezione: il sarto del Presidente ed ex-sarto di Noriega che è un vero talento in materia, essendosi costruito un passato dal nulla. Ispirata dal fantasma suggeritore del defunto zio ebreo, la fervida mente del Sarto partorisce di tutto e così bene che anche gli americani ci cascano. La verità non conviene a nessuno così, almeno a livello ufficiale, si persegue la linea della menzogna. L’unica confessione è privata: la fa il Sarto a sua moglie che tuttavia, in fin dei conti, preferisce che il marito prepari la colazione come ogni mattina. Dalla premessa iniziale è facile intuire che considero questo film del tutto inutile. Tema nullo, mistura ironia e dramma che non sta in piedi, spreco di un buon regista come John Boorman: cos’altro? Non sarebbe neppure noioso se si potesse cenare al cinema. Insomma se proprio volete vedere questo film, aspettate che esca in videocassetta in modo da starvene seduti sul vostro divano e fare qualcosa di più utile mentre il film va avanti. |
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