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Vincenzo Ramaglia*, Il Suono, l'immagine
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Lo spettacolo cinematografico è da sempre audiovisione. Uno spettacolo che coinvolge non solo la vista, ma anche l'udito e perfino (grazie ai "bassi" e al dolby) il corpo dello spettatore. Per i critici cinematografici troppo spesso "suono" è stato ed è sinonimo di "musica da film". Almeno fino ai primi anni '90 quando il critico e musicista francese Michel Chion pubblica una serie di saggi dai titoli emblematici (La voce al Cinema, L'audiovisione, La Musica al Cinema tradotti) che ridefiniscono completamente il campo di ricerca, oltre a coniare una serie di definizioni di discreto successo (alcune di queste sono utilizzate anche da Ramaglia). Da allora in poi la cosiddetta "colonna sonora" è giustamente considerata il risultato di una complicata interazione tra parole, musiche, rumori, effetti sonori e pause. Il saggio di Ramaglia ha la grossa qualità di partire proprio da questo presupposto teorico, occupandosi del suono cinematografico a 360 gradi attraverso l'analisi di un numero nutrito di sequenze. Il suono cinematografico viene indagato nella sua interazione col racconto filmico, con le immagini di una singola sequenza e con la struttura audiovisiva di un intero film. In più Ramaglia dedica giustamente un'intero capitolo al silenzio. Alla fine della lettura, lo spettatore-lettore acquisice una nuova coscienza dell'esperienza audio-visiva: il suono non è più solo un "accompagnatore" delle immagini ma un vero e proprio protagonista autonomo che spesso è anche in grado di sovvertire il messaggio visivo, di conferire un valore aggiunto alle immagini. |
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