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Pi Greco - Il Teorema del Delirio
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Maximilian Cohen, di origini ebree come l’autore Darren Aronofsky, è un giovane matematico che studia il Pi greco e in quello crede di poter trovare la misura dell'intero universo. Max soffre di forti emicranie perché da piccolo, contravvenendo all’ordine della madre, ha fissato la luce del sole troppo a lungo; l’accecamento giovanile gli ha forse schiuso però le porte della percezione. La scienza è sempre stata poesia finché sul mondo non si sono abbattuti positivismo e razionalismo. Il senso ultimo della matematica di Pitagora era spirituale, il numero era (ed è) il simbolo per eccellenza. Pi greco è la misura che produce la sezione aurea del segmento, con la sezione aurea si può costruire una spirale che è la forma più antica e che è dappertutto, dai cavolfiori alle galassie. Max è convinto che il mondo possa essere spiegato con i numeri, anzi con un solo numero: pi greco, per questo conduce esperimenti sulla borsa, il regno dei numeri «quantitativi». Pian piano le sue previsioni cominciano a essere precise al millesimo. Max è vicino alla verità ma non quella che lui pensa… Molti sono interessati alla sua scoperta: lo braccano sia le ultinazionali che gli ebrei ortodossi. È da questo secondo gruppo di persone che Max viene a sapere cosa si ritrova tra le mani: la sequenza di 216 numeri che Archimede (il computer del giovane matematico) ha prodotto sotto l’effetto apparente di un virus è nientemeno che il vero nome di Dio che loro cercano da secoli nella Torah, studiando l'equivalenza tra numeri e lettere. Il tema affascinante è sorretto da una tecnica altrettanto solida, impostata su improvvise accelerazioni e su un uso ragionato e sensato dei dettagli. Per alcuni aspetti Aronofky può sembrare del tutto assimilabile al tipico regista indipendente americano: gira a basso costo in un 16mm b/n e sgranato, con uno stile più vicino al video che al cinema. L’originalità di Darren consiste però nella sfumatura ossessiva e paranoica che scandisce il ritmo: «(…) ho capito che fare un film è un’esperienza paranoica. Perché si dice sempre che ogni scena deve essere correlata al tuo personaggio principale, al tuo messaggio. È lo stesso modo in cui vedono il loro mondo i paranoici-schizofrenici. Che il mondo intero ruoti attorno a loro. Perciò filmare è un’esperienza paranoica». Il successivo film di Aronofky Requiem for a Dream. Pur filmato a colori, non si distacca dallo stile del film precedente, anzi si spinge ancor di più verso l’effettistica da video. Alcune sequenze che hanno per soggetto la droga ad esempio sono girate nel tipico stile post-moderno che mostra degli oggetti in dettaglio (in questo caso l’ago che farà il «buco» e la pupilla del tossico che si dilata) piuttosto che delle azioni vere e proprie. L’utilizzo del linguaggio da videasta» tuttavia non prelude ad glorificazione del piccolo schermo, al contrario: nel senso più profondo del film giace una condanna inappellabile nei confronti della visione domestica e solitaria. In Requiem for a Dream, la tv è un comodo focolare per persone catatoniche, il cui effetto è assimilato alla droga, grande capro espiatorio del «consumismo terminale» e di tutte le sue piccole morali raziocinanti, la cui somma equivale all’entropia morale. |
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