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Mulholland Drive
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La genesi del film è complicata: nel 1999 la Abc commissiona a Lynch un nuovo serial televisivo, con la speranza di ripetere il successo di Twin Peaks. Ma quando Lynch presenta il primo montaggio i dirigenti del network giudicano il plot troppo complicato così si tirano indietro. Successivamente il progetto è ripreso da Alain Sarde e da Studio Canal per trasformarlo in un lungometraggio. Mulholland Drive risente di questa origine "televisiva" soprattutto nelle storie secondarie: ci sono momenti in cui il film si affolla di personaggi ma naturalmente non c'è il tempo e lo spazio perché si formi una "comunità", una nuova Twin Peaks (anche perché qui siamo a Hollywood e non nella sperduta e "pura" provincia americana). Con Mulholland Drive David Lynch ritorna decisamente dalle parti di Strade perdute dopo la parentesi conciliante di Una Storia Vera (film insolitamente ''limpido'' per il cineasta americano). Il viaggio, anzi la strada, è un'idea non una struttura narrativa o uno scenario vero e proprio. Le striscia d'asfalto che si snoda nei deserti, lontana dal centro urbano, è solo uno dei "non-luoghi" cari a Lynch (ricordate il termosifone di Eraserhead oppure la stanza del nano di Twin Peaks?); lo spazio anonimo diventa forma, texture, punto di passaggio alle realtà parallele dove non si sa se regni l'irrazionale oppure una ferrea logica lynchana in cui frammenti di fiabe malate generano buffi mostri per bimbi troppo curiosi. I temi (sesso, amnesia, la vertigine del mistero) sono gli stessi del capolavoro precedente. L'atmosfera invece all'inizio sembra meno soffocante, meno opprimente ma è solo un inganno. Via via il film si incupisce e regalerà almeno tre istanti di terrore puro: il ritrovamento di un cadavere dal volto sfigurato e dal corpo quasi mummificato, un uomo che va incontro al suo incubo ricorrente all'angolo di un ristorante, due vecchietti simpatici trasformati in spiritelli maligni che s'intrufolano in casa passando sotto le porte. Ancora una volta la storia e i personaggi si sdoppiano e, grazie a fratture temporali tanto evidenti quanto inspigabili ad una prima visione, Lynch crea una totale compenetrazione di spazi e tempi disomogenei. La superficie delle cose diventa talmente "permeabile" che ogni blocco di film può essere considerato allo stesso tempo un flash-back, un flash-forward, un sogno, una cosa realmente accaduta. In Strade perdute era il carcere a rappresentare "la porta del tempo", qui invece è una scatola blu. Verso la fine del film il "proprietario" originale dell'oggetto sembra essere un barbone dal volto bruciato (quello dell'incubo all'angolo del ristorante), un personaggio che ricorda da vicino il demoniaco Bob di Twin Peaks. Nel frattempo la personale galleria lynchana di personaggi allucinati e allucinati si è arricchita di almeno un pezzo pregiato: il "Cowboy", anemico ed enigmatico "puparo" della vicenda. La minaccia del Cowboy ad Adam Kesher, il regista di nero vestito, entrerà nella storia: "fai il bravo e mi rivedrai una volta... fai il cattivo e mi vedrai altre due volte" A Lynch riesce un'altra ciambella "senza buco", l'unica sensazione sgradevole è che lo stile-lynch stia quasi diventando un "genere", un'ennesima gabbia narrativa anche se piuttosto delirante. |
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