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Intimacy
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Dopo Romance X di Catherine Breillat, Guardami di Davide Ferrario, Baise-moi (in cui recita Karen Bach, aka Karen Lancôume, vera attrice hardcore), arriva questo film anglo-francese (in realtà una co-produzione europea dove c’è di mezzo anche l’Italia) con tanto di riconoscimenti al festival di Berlino. La tendenza del film d’autore, nel senso ministeriale del termine, a occuparsi del sesso esplicito si è accentuata da quando è uscito nelle sale Eyes Wide Shut: gli «autori», rassicurati dal santo protettore, si sono messi ad esplorare i confini del visibile. A dire il vero in Intimacy, come in Guardami, di sesso esplicito e evidente c’è solo una fugace fellatio, il resto sembra essere erotismo, certo molto crudo e realistico ma che non «rischia» l’inquadratura principe della pornografia: il dettaglio del coito, che viene mostrato esplicitamente solo nei due film francesi prima citati. Assolutamente fuori scena rimane un altro topos del porno: il cosiddetto «money shot», cioè l’inquadratura dell’orgasmo (maschile), chiamata così perché è la «prestazione» meglio retribuita. Il «money shot», detto anche «come shot» è anche la scena cui la troupe dedica la massima attenzione: bisogna beccare il momento giusto. E si vede che i registi del porno ne vanno orgogliosi: la mostrano spesso al ralenty, amplificata molto spesso in modo davvero noioso. Del film di Chéreau si apprezza invece l’erotismo brutale e per nulla estetizzante. La regia calca molto la mano sull’ansimare degli amanti, pesante e animalesco, accentuato dall’onnipresente impaccio dei vestiti (in più di una scena i due fanno l’amore addirittura con il cappotto addosso) e dalla casualità dello spazio in cui l’accoppiamento ha luogo. Pur rimanendo sempre nell’ambito domestico, i due amanti fanno l’amore in angoli poco accoglienti, come presi da raptus e più di una volta sbattono la testa contro gli oggetti che li circondano. Claire, la protagonista femminile, una donna dalla pelle poco tonica che danza al contrario l’Ultimo Tango a Parigi. Il film di Bertolucci è il presupposto evidente di Intimacy; ma qui è la donna a saltare addosso all’uomo. Segno dei tempi? Jay, un barman che ha mollato la famiglia di punto in bianco, dapprima accetta «l’aggressione» senza porsi troppe domande, poi inevitabilmente si incuriosisce e decide di indagare sulla sua misteriosa amante. Tutta la prima parte del film sviluppa il tema dell’intimità come forma sublime (non sublimata) della solitudine: due persone sole che si congiungono sprigionano la forza di un essere soddisfatto e compiuto. Come nel film di Bertolucci il gioco regge finché la coppia dimentica il proprio ruolo sociale nella magia del sesso. Presto però l’incantesimo si interrompe: gli amici di Jay per primi interrompono l’intimità, poi è lo stesso Jay a frantumare ulteriormente l’equilibrio, rintracciando il marito di Claire che è un po’ filosofo e un po’ cornuto oppure cornuto perché filosofo (di certo la prende con filosofia). Presto si riscivola nell’amore, nel desiderio di possesso. La coppia sessuale si oppone alla problematica della famiglia, innescando inevitabilmente il giudizio morale. Si tratta di un buon film, soprattutto nella prima parte. Gli attori sono convincenti e coraggiosi. C’è uno dei rapporti sessuali che mi ha lasciato il fatidico interrogativo addosso: «ma avranno fatto davvero l’amore in quella scena?». Ho già detto che il film non mostra la penetrazione ma in quella scena il volto velato di inconfondibile rossore e i brividi convulsi delle gambe lasciano più di un dubbio. L’unico difetto non trascurabile di Intimacy è che l’attenzione scema velocemente via via che la vicenda rientra nella norma. Ma ci possiamo accontentare. |
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