|
|||||||||
|
|
The Gift
|
||||
Annie Wilson, veggente dalla nascita, non è riuscita ad evitare la morte del marito ed è rimasta sola con tre bambini che mantiene facendo la chiromante. I più deboli nella cittadina trovano in lei conforto ma forse la caricano di troppa responsabilità: lei è in grado di «vedere» non sempre di spiegare. Anche la polizia incredula se ne serve e attraverso lei arriva a conclusioni scontate e affrettate sul responsabile di un brutale omicidio. Gli uomini della ragazza uccisa erano tanti e ognuno di loro aveva un buon motivo… Ancora una volta lo shining non basta: nel finale c’è bisogno di altro… un secondo dono, affetto e devozione. L’aldilà che torna a sistemare quell’ultima faccenda, che viene a riscattarsi e che ogni tanto lascia una traccia, un oggetto, un McGuffin medianico disseminato al momento giusto da Raimi e che all’ultimo momento inscena il cortocircuito tra realtà e finzione… Forse neanche Annie pensava che si potesse arrivare a tanto: non aveva visto tutta la scena del SUO assassinio fino in fondo, non aveva capito fino a che punto arrivava il rispetto dei suoi clienti. Il dono di natura (leggere il futuro) e il regalo (un semplice oggetto): alla fine del film i due «doni» si contestano l’un altro. A dare una logica può essere solo quell’aldilà «permeabile» che caratterizza il cinema horror. È dal cinema del terrore infatti (perdipiù fumettistico e splatter) che arriva Raimi, a cui i cultori del genere da sempre riconoscono grandi qualità di regista; io (forse perché non sono esattamente un appassionato del settore) non me n’ero accorto e devo ricredermi perché The Gift è un ottimo thriller, ben congegnato nei tempi, nel dosaggio della tensione e nella scelta degli ambienti. Le qualità speciali della protagonista permettono un gioco interessante sul flashback: le visioni sono un ricordo del passato e del futuro. Da che parte va il tempo differenziato? Può srotolarsi e arrotolarsi a piacimento, svelare o celare di nuovo, chiudersi per riesplodere in sogno. Il luogo delle riprese (la città di Savannah) offre le sue irripetibili quercie secolari: nodose e contorte come le linee del racconto, sprofondate come minacciose palafitte in stagni dove il buio regna assoluto… minacciose soprattutto quando il vento che spira si trasforma in acqua, schermo fluttuante del delitto, specchio delle brame mai invocate. Raimi è diventato famoso per i movimenti di macchina (spesso esibiti, rimarcati, addirittura con effetti sonori sincronizzati e nient’affatto giustificati), per il montaggio rapido (con sorprendenti entrate in campo dall’alto) e bizzarri primi piani. In questo film invece le soluzioni preferite si posizionano esattamente sul registro opposto: calma, toni soffusi nei tempi delle battute e nelle espressioni degli attori, attesa prolungata, tensione che cresce lentamente… Fino ad arrivare ai sogni e alle visioni di Annie dove riesplode lo stile tipico del regista… ma stavolta il contrasto ne aumenta l’effetto, la sorpresa fa sobbalzare non solo perché improvvisa ma anche perché preparata a dovere. E non c’è traccia di humour fumettistico che invece la maggior parte dei critici americani si ostina a voler vedere anche in questo film di Raimi, che nel loro schema fisso deve essere per forza quello de L’armata delle tenebre. È davvero un buon film: tranne qualche difetto qua e là (il finale ad esempio è frettoloso e nemmeno tanto convincente), alla fine si ricordano anche i dettagli come quello splendido rubinetto che perde, le cui gocce risuonano come un pianoforte ossessivo. |
||||