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Fantasmi da marte
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La scurrilità rimane appannaggio dell’uomo anche se il film è ambientato in una civiltà matriarcale: a pronunciare la frase il rapper Ice Cube (non nuovo a esperienze come attore) che, fedele al ruolo che aveva anche da popstar, fa qui il duro, il fuorilegge che per un caso eccezionale si ritrova a braccetto con la polizia, anzi con la poliziotta. Tra gli spunti interessanti un uso insistito del Mise en abyme: un personaggio racconta una storia dove un altro personaggio ne racconta un’altra e in quella storia può esserci un altro narratore e così via fino all’infinito… nel film questa tradizionale vertigine del racconto viene sapientemente unita all’altra struttura classica del flashback: così il resoconto dei vari personaggi (tutti appartenenti alla stessa vicenda) integra vari punti di vista che vanno a sovrapporre diverse linee temporali tutte volte a ricostruire la retta generale della narrazione. Il film ruota attorno ad una sorta di inversione di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick: come la comparsa del monolito crea una frattura di rinascita e civilizzazione nella storia dei pianeti, così nel film di Carpenter un «non aprite quella porta» fa cascare Marte, colonia matriarcale del pianeta terra, nella barbarie neo-primitiva. Qualcuno ha infatti aperto un macabro vaso di Pandora da cui si sprigiona un vento rosso che fa rivivere lo spirito crudele del pianeta. I minatori di Marte, contagiati dal loro millenario anticorpo, si lacerano le membra, indossano scalpi umani, si infilzano le carni, fabbricano armi come in una novella era del bronzo. Nei canti inintelligibili dei «fantasmi» vengono evocati culti tribali, decapitazioni, sacrifici umani, torture e supplizi… peccato che il risultato vero non vada oltre il classico personaggio dello zombie. Si tratta di fantascienza sotto cui batte un cuore da film western: città abbandonate, venti di sabbia, i rappresentanti della legge un po’ fuori dalle regole e i fuorilegge troppo buoni per essere puniti all’inferno. La contaminazione dei generi è ormai un’arma consolidata del cinema attuale: serve a rischiare poco sulla riuscita della macchina narrativa e a attirare un ampio ventaglio di pubblico. Qui di genere ne abbiamo almeno tre: non bisogna dimenticare l’horror di cui – ovviamente Carpenter è maestro anche se qui sembra dedicarsi maggiormente ad altro. Il Pianeta rosso offre a Carpenter di sbizzarrirsi con questo colore: la terra marziana, le fiamme tribali, il vento «contaminatore». Meno riuscito l’espediente narrativo di ambientare il racconto in una società matriarcale. Come spesso succede la semplice inversione dei ruoli è un po’ patetica: che senso ha far fare il truzzo a una donna, far fare il capo incazzoso a Pam Grier (già protagonista di Jackie Brown), mettere in scena una presidente la cui capigliatura robotica farebbe sembrare Margareth Tatcher una vamp? L’unico lato positivo è che invece di doverci sorbire «petto-fuori e pancia-dentro, siamo «costretti» a contemplare reggiseni vigorosi sotto a maglioncini aderenti. Ah quanto sarebbero più piacevoli le perquisizioni (o impareremmo piuttosto a odiare le belle donne?) Tranne che per il finale affrettato e stupido (a proposito avete notato che è un difetto statisticamente in aumento?) si tratta di un film interessante: soprattutto per il tentativo di immettere chiavi narrative elaborate in un «kolossal di serie B». |
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