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Cuore Selvaggio: un'analisi socio-musicale
 
Cuore Selvaggio è un film apripista: tra mille polemiche, vinse la palma d'oro al Festival di Cannes del 1990. In pratica solo il presidente della giuria, Bernardo Bertolucci, ne capì la portata rivoluzionaria (molti "intellettuali" avevano infatti storto il naso per la presenza massiccia di violenza e kitsch).

Da lì in poi Cuore Selvaggio ha fatto scuola: iper-realismo, uso della musica rock, rivisitazione del road-movie e del cinema di genere, la manipolazione del tempo del racconto. Questi sono solo alcuni degli ingredienti che in seguito hanno fatto la fortuna di film come Natural Born Killers e Pulp Fiction.

Tratto da un romanzo di Barry Gifford, Cuore Selvaggio sembra a tratti un'antologia di videoclip più che un film vero e proprio; eppure in tutta questa apparente "confusione", Lynch sviluppa un equilibrio irripetibile di violenza e dolcezza, fiaba e hard-boiled, cultura popolare e cinema d'autore.

Nella sequenza iniziale del film, l’ambiente è “arredato” con In the Mood di Glenn Miller, un jazz orchestrale piuttosto famoso. Sailor (Nicholas Cage), innamorato di Lula (Laura Dern), è avvicinato da Bob Ray Lemon, assunto dalla madre di lei, Marietta, per ucciderlo. Lemon provoca Sailor accusandolo di aver provato a sedurre la madre di Lula (un flashback in seguito mostrerà che è avvenuto esattamente il contrario) e prova ad infilzarlo con un coltello.

Sailor reagisce prontamente e... nel film irrompe a tutta potenza un riff di chitarra tipicamente speed-metal (Slaughterhouse di Powermad). Esplode la violenza: il protagonista sbatacchia il corpulento assalitore di qua e di là, riduce il suo cranio in poltiglia e poi lo scaglia come un pupazzo in un angolo. Terminata l’operazione, si accende una sigaretta e punta l’indice a la Elvis Presley come se avesse appena eseguito una grande interpretazione canora.

La posa assunta da Nicholas Cage evidenzia un elemento importante del film di Lynch: tutto il personaggio di Sailor è costruito attorno ai cliché più stupidi e infantili del fanatico di rock’n’roll. Primo, la sua ragazza si chiama Lula (Be-Bop-A-Lula, She’s my Baby) come il classico di Gene Vincent (presente anche nel soundtrack del film).

Secondo: l’importanza eccessiva attribuita al look. Verso l’inizio del film, scontata la pena per l’omicidio di Bob Ray Lemon, Sailor riabbraccia Lula che gli ha portato la sua vecchia giacca di pelle di serpente. Il ragazzo è entusiasta di indossarla di nuovo e recita a memoria: “ti ho mai detto che rappresenta il simbolo della mia individualità, della mia fede nella libertà personale”; qualche minuto dopo invece si concentra sui suoi stivali, lucidandone per bene le punte, prima di recarsi al concerto del gruppo metal Powermad.

Allo spettacolo si ascolta ancora Slaughtehouse: Sailor danza a ritmo con uno stile che sembra più un esercitazione di Kung-Fu che altro: alza le gambe a tal punto che i suoi stivali sfiorano la testa degli altri spettatori. Poi un ragazzo poco avveduto si stringe troppo a Lula ed ecco che Sailor, con il suo solito indice “da rockstar” ferma il concerto (notiamo l’inversione del rapporto causale musica-azione rispetto allo stesso gesto), per impartirgli una lezione di galanteria. Non vorrebbe fargli male ma il malcapitato commette l’errore di dire: “sembri un pagliaccio con quella giacca” e allora Sailor non può far altro che ribadire il suo motto, gettare la sigaretta che stava fumando e mollare un pugno al ragazzo mandandolo a tappeto.

Subito dopo il modello Elvis-the-Pelvis è definitivamente consacrato. Sailor canta Love me tender per Lula, con lo stesso atteggiamento melenso ed enfatico del re di Tupelo (persino i ciuffi di capelli scomposti e sudati sono gli stessi), e come termina l’esibizione? Naturalmente con il braccio sinistro alzato a dare il tempo del finale alla band alle sue spalle.

L’imbarazzo suscitato in alcuni critici da scene come questa è dovuto in gran parte al paradosso dell’interpretazione corporea della musica rock. Il cantante dal vivo tende sempre ad amplificare esageratamente i gesti per “avvicinarsi” al pubblico delle grandi platee: mentre il suono arriva in maniera decente a tutti gli spettatori (sempre che l’impianto sia di buon livello), il corpo dell’esecutore, in certe occasioni, ad alcuni appare come una macchia lontana.

Questo deficit ha lasciato il segno nonostante l’uso di maxi-schermi sul palco abbia reso potenzialmente inutile la teatralità “da film muto” dell’esibizione canora. Il cattivo gusto (voluto, non voluto, chi lo sa?) di Cuore Selvaggio (e di tanti, troppi video-clip) è dovuto al fatto che si mostrano in piani ravvicinati queste performance corporee pensate (si fa per dire) per una visione a distanza.

Il film di Lynch ha inoltre qualcosa a che vedere con il tremendo kitsch del karaoke: l’intrattenimento per cui si scimmiotta la voce e l’esibizione del proprio divo canoro è il punto d’arrivo estremo del bisogno di “appropriarsi” della musica da parte dell’ascoltatore comune. Non basta più canticchiare in privato, bisogna sostituire del tutto il proprio mito personale, avere un pubblico per sognare ad occhi aperti la gloria del palco.

         
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