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The Believer
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Ogni film sulla questione ebraica non passa mai inosservato; questa volta la dovuta attenzione è stimolata da due fattori: primo, la vicenda del film è tratta da una storia vera, secondo, il protagonista è un ebreo, che proprio perché conosce profondamente il suo popolo, lo odia. Ora queste premesse sembrerebbero preludere a uno svolgimento anticonformista: in effetti Daniel Belint conosce perfettamente la Torah (per essere stato studente di una scuola rabbinica) e allo stesso tempo piazza bombe nelle sinagoghe, porta rispetto al libro sacro ma non vede l’ora di uccidere un ebreo… sarebbe da contorcersi nelle contraddizioni se il protagonista in fin dei conti non venisse tratteggiato come uno psicopatico alle prese con un senso di colpa ancestrale. L’ebreo è una malattia perché universalizza e astrae ogni cosa, questo pensiero che tormenta Daniel è la quintessenza della sua schizofrenia: odia l’ebreo in quanto superiore intellettualmente, predisposto alla contemplazione e all’osservanza piuttosto che all’azione. Viene da chiedersi perché non ammiri lo stato d’Israele… la risposta arriva presto: gli israeliani non sono più ebrei (e in questo caso come dargli torto). Ma ecco un’altro cortocircuito: nella scala razziale del neonazista gli ebrei sono inferiori a tutti e i bianchi naturalmente sono la razza dominante. Ma gli ebrei odierni non sono forse prevalentemente bianchi, indistinguibili dalle altre popolazioni occidentali? Il fondamento su cui sembrano basarsi queste lacerazioni, è ancora una volta la storia di Isacco: per Daniel il racconto biblico descrive un Dio che pretende una resa incondizionata dal suo popolo. In definitiva questo film non è certo un contributo alla chiarezza (e d’altra parte sarebbe ben strano che questa possa venire dagli Stati Uniti): non si capisce certo perché un grande popolo (nel bene e nel male) eternamente perseguitato, si ritiene allo stesso tempo razza di eletti alla pari dei nazisti; non si capisce perché proprio dalla religione monoteista più antica provengano i più importanti pensatori del mondo moderno (Marx, Freud, Einstein); soprattutto non si mette a nudo che l’oggetto di tutto ciò non è l’ebraismo originario ma quello riformato. Anche gli ebrei hanno infatti il loro protestantesimo (come l’hanno in un certo senso anche gli islamici con il movimento wahabita-saudita). La riforma è sempre un movimento che pretende di insegnare agli altri la “vera” religione, fissandosi sui dettagli e perdendo piano piano la percezione del centro. Se volete capire di più tanto di antisemiti che di sionisti pensate a questo dilemma, non ai film americani. |
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