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Un affare di gusto
 

Regista
Bernard Rapp

Attori
Bernard Giraudeau
Jean-Pierre Lorit
Jean-Pierre Léaud

Durata
91 min

Genere
Thriller


Bernard Rapp
è al suo secondo film (l’opera prima è Tiré a part del 1996). Il cinema non è il suo primo mestiere: Rapp è infatti un volto televisivo molto conosciuto e amato in Francia. È stato giornalista, reporter, corrispondente in Gran Bretagna, addirittura presentatore del telegiornale delle otto di sera. È anche un grande appassionato di letteratura ed è questa ad averlo guidato verso la macchina da presa.
Questo passaggio è più facile in Francia che in Italia: ci sono maestranze molto rispettate (fonici, direttori della fotografia, operatori)– tutti su uno standard qualitativo molto elevato – che sono in grado di trasformare qualsiasi persona che abbia delle idee in un regista (il passaggio non è così semplice: fare il regista è anche un mestiere).

Potete giurarci che in Italia questa equazione non funzionerebbe così bene. Guardare i primi film di Pasolini per credere. Pierpaolo era già un poeta ma prima di diventare un regista ce n'è voluto... Dal punto di vista puramente cinematografico il film di Rapp è classico, ineccepibile e senza spunti particolari, tranne forse i titoli di testa: una suite rumoristica di arnesi da cucina che preparano elaborati manicaretti, la cui ambiguità sonora getta una luce inquietante sul valore metaforico della gastronomia all’interno del film. L’industriale Delamont è affascinato dal cameriere Nicolas Rivière: all’inizio sembra che sia solo la precisione delle sue papille gustative ad interessargli ma pian piano la fascinazione si fa più morbosa.

Un uomo ricco che ha tutto ha bisogno di fidarsi di qualcuno: il sospetto che le persone che gli sono vicine lo sfruttino è una tortura quotidiana. L’unico rapporto possibile tra lui e gli altri è il dominio e il dominio ha il denaro come maschera e la violenza sottile del potere come movente. Tuttavia come insegna Hegel il rapporto servo/padrone tiranno/schiavo arriva ad un punto di rottura per cui paradossalmente Davide arriva a dominare Golia attraverso il rapporto di interdipendenza che lo stesso Golia ha instaurato.

Ma si tratta dell’ennesimo trucco del potere: il potere vuole autodistruggersi ma non ne ha il coraggio... così incarica il servo dell’esecuzione. L’ambiguità del potere, l’inutilità dell’ascesa del parvenu è un tema sottotraccia di molto noir americano: in questo film francese viene recuperato quest’elemento per mettere in piedi un thriller mentale abbastanza interessante con risultati comunque inferiori ad esempio a Una pura formalità di Tornatore (giusto per volare bassi). La vicenda si struttura nella classica articolazione parallela storia cronologica \ storia costruita a ritroso.

La seconda linea temporale è la ricostruzione del giudice istruttore, interpretato da un Jean-Pierre Léaud ormai incartapecorito, che ascolta le testimonianze dei personaggi coinvolti, ognuno dei quali racconta il suo punto di vista che cambia nel giudizio non certo nel racconto degli eventi.

Infatti la linea cronologica non subisce variazioni di tono: neanche per un momento abbiamo l’impressione che le vicende di Delamont e Nicolas siano «viste» da occhi che non siano quelli del regista. In pratica Rapp non cede mai il testimone del racconto ai personaggi anche se l’impostazione del film sembra promettere una scelta di questo tipo. Un film da andare a vedere anche solo per curiosità: il tema infatti è intrigante e la metafora dell’«assaggiatore» altrettanto. Per favore non fatevi tentare però da facili interpretazioni che pronunciano la formula fatidica «omosessualità latente». Esistono rapporti tra «soli uomini» che esulano dalla banalità del «prendersela nel culo». Non voglio offendere nessuno ma mi par proprio che oggigiorno la tendenza a omologare qualsiasi cosa al tema omosessuale sia davvero un po’ esagerata.

         
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