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A tempo pieno
 

Regista
Laurent Cantet

Attori
Aurélien Recoing
Karin Viard
Serge Livrozet

Durata
133 min

Genere
Drammatico
La Hollywood francese sta conquistando uno spazio quantitativo sempre più rilevante nelle nostre sale: dallo stesso produttore di Le Pornographe arriva ora anche il secondo film di Laurent Cantet, già autore del buon successo Risorse umane.
Il film ha vinto il premio della sezione Cinema del Presente al festival di Venezia ed è acclamato più o meno da ogni critico o recensore. Non è il caso del sottoscritto. La prima impressione è che si tratti di un film mediocre: non noioso, non pretenzioso, non brutto, ma nel mezzo, nel giusto, nell’edificante. Il regista sembra appartenere alla categoria dei documentaristi che «illustrano un problema», «pongono una domanda», «denunciano una situazione», finendo per essere molto meno destabilizzanti di quanto loro stessi possano mai arrivare ad immaginare.
A cosa serve una durata reale in un’arte del tempo manipolato come il cinema? Probabilmente ad interpretare meglio la suddetta realtà, se dovessimo semplicemente subirla perché non scendere in strada? O mi si vuol dire che al buio, da soli, si capiscono meglio le angosce della gente comune?
Al buio della sala, questa è la triste verità, l’unico sentimento che si prova meglio è la consolazione, riassumibile in questo sillogismo monco: «conosco un problema in più, anzi l’ho visto quindi lo domino». ERRORE! La realtà del cinema, quindi il sociale cinematografico è una mummia, né più né meno che frammenti imbalsamati. E poi siamo sicuri che i problemi basta denunciarli? L’importante è che la discussione vada avanti, che il dialogo continui? Io credo di no. I problemi si devono risolvere, non discutere all’infinito.
E allora ogni tanto bisogna zittire chi dice il falso, impedire che persone prive di certi requisiti ci governino e così via… l’amore per la democrazia non deve farci cadere in un immobilismo ricco di parole.
Perché questa lunga premessa «ideologica»? Perché credo che questo film appartenga al novero delle parole inutili, delle immagini inutili. Vincent — di mestiere consulente — viene licenziato. Se lo aspettava perché da tempo, per sua stessa ammissione, si comportava in maniera negligente, saltando anche gli appuntamenti d’affari.
Invece di condividere il suo momento di difficoltà con la famiglia decide di mentire e anzi di giocare al rialzo: non è disoccupato, ha cambiato impiego e ora lavora per un’agenzia dell’Onu a Ginevra. La verità è che passa le sue giornate come un flaneur motorizzato.
La menzogna costa, finanziariamente ancor prima che moralmente, e per mantenere un livello di vita adatto alla finzione bisogna rubare i soldi a qualcuno… e qui il lavoro ricomincia, peggio di prima: parole vuote, promesse fasulle, persone ingannate. La persona non è cambiata dunque. Non è che il problema è lui e non il lavoro?
Ecco un altro difetto di questo film: nelle intenzioni vorrebbe parlare di lavoro spersonalizzante, schiavitù del lavoro anche nella classe medio-alta e così via; invece finisce per creare sfiducia profonda nelle persone, negli attori della vita: cosa ritrova il protagonista nel suo girovagare «liberatorio»? Nulla. È un nulla che ritrova il nulla. Viaggiare in macchina, ascoltare la musica, fumare una sigaretta: non c’è dubbio che la maggior parte degli avversari del lavoro sognino questo tipo di affrancamento. Quindi una vita fatta di piccinerie… Capirei se mi avessero detto contemplazione, immaginazione, intuizione ma «fumarsi una sigaretta»… gli uffici sono pieni zeppi di gente che fuma (non altrettanto di persone che pensano).
Mi pare dunque che la fuga di Vincent sia una corsa deliberata verso la follia: se il lavoro è un lento suicidio, il girovagare è una veloce autodistruzione.
È sempre difficile delineare il confine che separa una forma di schiavitù da un’altra. È difficile che un tossicodipendente nella sua infinita presunzione si accorga di essere schiavo, eppure è così: uno schiavo che giudica servo e coglione il lavoratore normale, che a sua volta è rassicurato — nella completa ignoranza civile e umana — dalla presenza di una «minoranza deviata» che la sociologia lo aiuta a considerare un «residuo» necessario, nella grande corsa verso la modernizzazione. Ah, un’altra cosa da dire all’amico Cantet: «bella scoperta!». Chi vive per strada (e non dietro la macchina da presa) lo vede da sé che (tendenzialmente) un muratore, un artigiano ( chi vede la forma del suo lavoro insomma) è meno stressato e meno rimbambito di un manager.

         
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