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Tigerland
 

Regista
Joel Schumacher

Attori

Colin Farrell
Matthew Davis
Clifton Collins Jr.

Durata
100 min

Genere
Azione
Il futuro è morto, alla storia abbiamo dato l’addio ma le vie del ricordo sono tortuose. Percorrendo a ritroso, si inverte non solo il senso di marcia ma anche il significato di molti eventi: le maglie della rete di difesa le ha allargate qualcun altro, la miccia dopotutto l’ha accesa qualcun altro. Spesso, nella guerra, la lancia che stringiamo è solo l’altro capo di quella dell’avversario. Fino a poco tempo fa il ricordo più pesante per gli USA era il Vietnam: quanti film (e quanti capolavori) per meditare sulla sconfitta bruciante, ingloriosa e paradossale. La sconfitta rigettò nella storia una nazione che viveva perennemente un sogno e voleva farlo vivere, con le buone o con le cattive, a tutti gli altri (e questo la dice lunga sulla sua natura ambigua). Nel film di Joel Schumacher si intravede uno degli elementi di debolezza degli USA che mai traspare abbastanza nelle cronache dei media: il celebrato melting pot è molto meno amalgamato di quel che sembra, l’individualismo sfrenato impedisce agli americani di essere un vero popolo.
L’eroe americano è infatti sempre a metà strada tra lo sceriffo e il fuorilegge: il migliore è sempre quello che va aldilà della legge, che è pronto a tradire i compagni pur di salvare loro la pelle.
Il protagonista Roland Bozz è un battitore libero, uno che della guerra non ne vuole sapere, non per vigliaccheria o incapacità ma perché la ritiene ingiusta; il perfetto contraltare è Wilson , patriota perfetto perché idiota e invasato, forse pazzo. Il miglior amico di Bozz, Jim Paxton è ancora più illuso del patriota invasato: pensa d stare in guerra per raccontarla, per scriverne un giorno un libro, lui nella realtà virtuale ci stava prima di essere mandato a Tigerland.
I grandi progetti imperialisti si sono sempre arenati in ambienti ostili in cui un popolo è tutt’uno con la propria terra: l’inverno russo, la giungla vietnamita, il deserto (lasciamo perdere). Tigerland non sprofonda nell’ambiente ostile (che esiste solo nelle parole di chi ci è stato e chi ci andrà): a differenza di Platoon, Apocalypse Now e Full Metal Jacket tutto si svolge in un Vietnam virtuale (una foresta in cui l’esercito ha ricreato la giungla per addestrare meglio i suoi uomini) e a nulla servono le parabole di morte e coraggio degli istruttori, a nulla serve che qualcuno la prenda così sul serio da sparare proiettili veri al posto dei colpi a salve: la persona lucida e razionale non ne vuole sapere e continua a rispondere con ironia sfrontata alla rigidità della vita militare per «sentirsi vivo… non solo dal punto di vista fisico». Schumacher di solito associato a grosse produzioni e a film di sicura cassetta: è bastato che girasse un film piccolo, con attori sconosciuti (come se questi elementi, di per se, fossero una garanzia di qualità) perché tutti i recensori del mondo lo riscattassero dal limbo dei mestieranti e lo infilassero nientemeno che nella elite del Dogma 95. La fissazione sullo stile, a volte, è davvero ingannevole: basta abbandonare il 35 mm ipersensibile, i cavalletti, i treppiedi e le luci per cambiare l’anima di un regista? Non credo. Certo qui Schumacher è meno impegnato a fare spettacolo e tutto è meno forzato, l’ironia da bifolchi quasi sopportabile, ma davvero c’è uno scarto? Rimane più di un dubbio: si vede qualcosa di diverso, macchina a spalla, grana della pellicola, movimenti bruschi e così via… ma si sente qualcosa di diverso? Non credo: da questo punto di vista è il solito film di Joel Schumacher, un tecnico, un capomastro, abilissimo nel mettere in scena idee di qualcun altro con le capacità di qualcun altro.

         
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