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L'ORECCHIO TAGLIATO - Le Iene e Velluto Blu
 
[ FRAMMENTO 1]
Il giovane Jeffrey Beaumont passeggia su di un prato, vede qualcosa, lo prende in mano: è un orecchio umano mozzato, in decomposizione, già invaso da una colonia di formiche.

Velluto Blu - Orecchio Tagliato

[ FRAMMENTO2]
Una banda di criminali ha in parte fallito una rapina: forse tra loro c'è un traditore. I sei componenti, ognuno dei quali ha come nome in codice un colore, si sono rifugiati in un magazzino. Con loro hanno un poliziotto come ostaggio. Mr. Blonde, rimasto solo nel rifugio, comincia a torturarlo (non senza aver prima sintonizzato la radio sul suo programma musicale preferito). Con un rasoio gli taglia un orecchio che usa come un telefono cellulare[1] e mormora nell'improvvisata trasmittente: "Pronto, pronto, mi senti...Per te è stato bello come per me ?", dopodiché getta via l'orecchio.

Le Iene - Madsen - Orecchio

I due frammenti, tratti rispettivamente da Reservoir Dogs (Usa, 1994) e Blue Velvet (USA, 1986), così giustapposti sembrano mettere in scena una citazione deviante di Un chien andalou (Francia, 1926).

Se in Buñuel era la vista ad essere profanata, in Lynch e Tarantino è invece l'udito ad essere aggredito.

Le intenzioni certo sono diverse: il secondo ricerca un effetto di humour nero in una stasi narrativa e non sembra inseguire un senso programmatico o metacinematografico.

Il ritrovamento dell'orecchio in Blue Velvet invece - senza avere la stessa forza scandalistica e rivoluzionaria del gesto irripetibile di Buñuel - esprime una vera e propria poetica lynchana del sonoro.

Il regista americano ha spesso affermato di sentirsi più fonico che regista[2] e a proposito del film in questione ha dichiarato che all'inizio doveva esserci un orecchio «perché è un'apertura. Un orecchio è ampio e ci si può scivolare dentro»[3]. L'orecchio come ingresso e inabissamento nella finzione dunque, ma non solo.

In questo caso l'orecchio è anche «un luogo di passaggio, il simbolo della comunicazione tra i mondi. Con esso viene trasmesso il dono di passare attraverso la superficie e di viaggiare tra i mondi»[4].

L'udito è cioè lo strumento d'iniziazione a realtà parallele, tema come si sa molto caro a Lynch.

L'orecchio per il regista americano sembra un orifizio erotico e accogliente, quasi un contraltare dell'occhio buñueliano, tanto occluso e cieco alla morbosa verità del desiderio, da giustificare l'aggressione rivelatrice da parte del cineasta.

È vero, anche all'inizio di Velluto Blu c'è un taglio: qualcun altro ha compiuto il gesto violento al posto di Jeffrey. Nonostante questo il destino simbolico dell'orecchio rimane diverso dal carattere di rivelazione insito nell'apertura forzata dell'occhio: «l'orecchio non ha palpebre. Quando andiamo a dormire, la percezione del suono è l'ultima porta a chiudersi ed è la prima ad aprirsi al nostro risveglio»[5].

In virtù di questa permanente disponibilità, non si dovrebbe essere timorosi nell'indagare l'ascolto, davanti a noi si spalanca una nuova avventura del senso.

Stranamente questa soglia così attraente ha attirato poco gli studiosi di cinema: come ha giustamente osservato Michel Chion, il cinema è sonoro da più di sessant'anni eppure si stenta ad attribuire all'ascolto lo stesso valore della visione.

Questa mancanza appare ancor più grave se si pensa a quanto sia diversa l'esperienza effettiva in sala: l'ascolto è già sullo stesso livello della visione perché i due sensi si integrano naturalmente: «non si "vede" la stessa cosa quando si sente; non si "sente" la stessa cosa quando si vede»[6]; «gli elementi sonori del film (...) non sono presi in un blocco autonomo; tali elementi sonori vengono immediatamente analizzati e ripartiti nella percezione dello spettatore in base al rapporto che stabiliscono con le immagini viste via via dallo spettatore»[7].


[1] La metafora è di U.Mosca, Prima ballo poi ti ammazzo, "Garage", N.6, febbraio 1996, p.119.

[2] "People call me a director but I really think of myself as a soundman". Frase riportata da Chion, David Lynch, Lindau, Torino, 1995, p.212. Affermazione quasi paradossale per un regista che ha iniziato la sua carriera artistica come pittore. D'altra parte da Kandinski in poi la storia delle immagini abbonda di riferimenti alla musica come ispirazione primaria.

[3] Rodley C., Lynch su Lynch, Baldini & Castoldi, Milano, 1998, p.195.

[4] Chion M., David Lynch, cit., 212.

[5] Schafer R.M., Il paesaggio sonoro, Unicopli-Ricordi, Milano, 1985, p.24.

[6] Chion M., L'audiovision, Nathan, Paris, 1994. [trad. it. L'audiovisione, Lindau, Torino, 1997, p.7].

[7] Chion M., La voix au cinéma, Cahiérs du Cinéma, Editions de l'Etoile, Paris, 1981. [trad.it. La voce al cinema, Pratiche, Parma, 1991,.p.13].


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