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I banchieri di Dio
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Chiamatela prevenzione, chiamatelo scarso senso civile ma la risposta giusta per queste iniziative rimane la famosa sentenza in stile produttore americano: «se voglio mandare un messaggio allo spettatore, invio un telegramma». Senza voler sottostare alla logica ferrea dello spettacolo, alla polvere di stelle e all’idiozia, non c'è chi non veda quanto nell’inchiesta cinematografica trionfi il moralismo da maestra delle elementari: lo stato non ci protegge, vogliamo lavoro, ci siamo rimboccati le maniche, italiani brava gente… ma anche un po’ farabutti. Quest’anno, già «travolti» da Vajont, potevano fare a meno di questo film di Ferrara ma questo passa il convento (è proprio il caso di dirlo). Dopo il film su Carlo Alberto Dalla Chiesa e quello su Giovanni Falcone, dopo quello sul caso Moro e quello sul SISDE, ecco che arriva il «cinegiornale» su Roberto Calvi, la cui lugubre impiccaggione già spuntava ne “Il padrino parte terza” di Coppola. Vicenda ideale per evocare nomi e sigle minacciose: Marcinkus (non a caso interpretato da Rutger Hauer), Opus Dei, IOR, P2… Craxi; vicenda ideale per mettere in mostra e sventolare ai quattro venti il rigore storico della ricostruzione e l’aderenza ai fatti… a quando un libro per la Kaos edizioni dove Padre Pio e Berlusconi sono messi sullo stesso livello? (consultare la “ineccepibile” pubblicazione “Beato impostore” per maggiori informazioni). Ecco il problema è questo: almeno questi film così verosimili ci dicessero la verità (che c’è, statene certi, c’è), invece continuano a propagare il verosimile, la doxa dell’indignato borghesuccio «gadlerneriano». Mi rendo conto che sembra una filippica degna di quella mongolfiera di Giuliano Ferrara (mannaggia n'altro); se è così allora è bene finire con una riflessione positiva, un ricordo di un buon film dello stesso genere: Strane storie - Racconti di fine secolo di Sandro Baldoni dove la denuncia era condita da un gradevole aroma surreale. |
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