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1 Km da Wall Street
 
Il regista esordiente Ben Younger, laureato in Scienze Politiche, ha passato un anno in una società di brokering e a questa esperienza è ispirato il suo primo film. I broker «fanno soldi con i soldi» come diceva Mickey Rourke in 9 Settimane e ½, operano al limite della legalità e a volte, come nella vicenda del film in questione, vanno molto oltre il lecito.
L’unica regola del broker è «fai come se...», cioè fingi, inganna: tutto questo per «gasare» il cliente, contattato per telefono (chiudere i contatti è ilo dogma) e fargli investire più soldi possibili in titoli destinati a crollare perché si riferiscono a società inesistenti.
Non bisogna chiedersi chi è la vittima, bisogna chiedersi come ingannarla. C’è un rigido codice della «fregatura»: non vendere mai alle donne, non perdere tempo con la «merda» cioè persone che si dicono interessate ma poi devono «pensarci su».
I protagonisti sono naturalmente completamente devoti al dio-denaro, l’unico obiettivo è guadagnare il primo milione di dollari in tre anni perché «chi dice che il denaro non da la felicità non ha una lira in tasca». Le azioni truffa sono il simbolo di un’economia di mercato che assomiglia ogni giorno di più al gioco del Monopoli e al bluff nel poker.
Per Seth Davis (interpretato da Giovanni Ribisi, già noto in Italia per aver interpretato la serie televisiva Friends e Salvate il soldato Ryan di Spielberg), l’arte del broker è un gioco da ragazzi, visto che da studente aveva messo su una bisca clandestina in casa sua, all’oscuro dei genitori. L’impresa difficile per Seth è ottenere il rispetto del padre, un giudice della corte federale, che disprezza ogni suo tentativo di «farsi una posizione».
Nel più classico moralismo americano, la famiglia Davis è ebrea e calcola la rispettabilità di una persona attraverso il suo conto in banca purché provenga da un’attività «pulita».
Il problema è capire il limite del lecito: Seth a un certo punto si renderà conto che la bisca è quanto di più onesto abbia fatto in tutta la sua vita. Almeno i suoi clienti li guardava in faccia. L’occasione del riscatto per il protagonista si presenta quando comincia a capire che gli affari della sua società si basano sul nulla: la JT Marlin è in realtà una sorta di enorme sanguisuga che «rovina la vita delle persone». Seth è avvicinato dall’FBI che incastra anche suo padre, che per una volta era disposto ad aiutare suo figlio. A quel punto Seth baratta la sua libertà con quella del padre e ottiene infine il suo perdono. Poi prima di affossare la società, compie un «atto giusto» regalando delle azioni a uno dei «padri di famiglia» a cui aveva rovinato la vita. Il film è d’impostazione classica: è abbastanza solido sia a livello di sceneggiatura che di regia, con qualche «accelerazione» moderna nell’esordio.
1 Km da Wall Street è la solita «macchina» film hollywoodiano che «funziona»: bravi attori, storia edificante dallo sviluppo abbastanza prevedibile, riferimento ad un genere o comunque a opere precedenti sullo stesso argomento.
In questo caso il riferimento è a Wall Sreet di Oliver Stone e Americani, scritto da David Mamet e diretto da James Foley. Il primo è anche citato direttamente: i broker infatti se lo riguardano in continuazione in videocassetta e ne conoscono a memoria ogni battuta. Il secondo è presente soprattutto nel personaggio del broker senior che tiene un discorso «iniziatico» sul delirio di onnipotenza connesso alla ricchezza.
Mi chiedo sempre se sia così conveniente ricordare allo spettatore che sullo stesso argomento esiste già un capolavoro. Evidentemente funziona.

 
         
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